Cattedrale di Palermo, 19 novembre 2001

 

Su pascoli erbosi mi fa riposare

ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino

 per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male,

perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici,

cospargi di olio il mio capo,

il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

Il Signore è il mio pastore 

non manco di nulla

Sono questi i versi del Salmo 22 con i quali nel giorno del Trigesimo dalla morte si è voluto ricordare Don Salvatore Napoleone. Il Salmo era preceduto da questo racconto del Cardina Pio Laghi.

"Vorrei raccontarvi un episodio molto significativo.

Al termine di una lauta cena in un grande castello inglese, un famoso attore di teatro intrattenne gli ospiti declamando alcuni tra i più celebri brani di Shakespeare. Poi, come per concedere un bis, si offrì a ricevere richieste.

Un timido sacerdote, dai capelli bianchi, chiese all'attore se conoscesse il salmo 22. L'attore rispose: " Sì, lo conosco, ma sono disposto a recitarlo solo ad una condizione: che dopo di me lo reciti anche lei". Il sacerdote fu un pò imbarazzato, ma acconsentì.

L'attore fece una bellissima interpretazione con una dizione perfetta: "Il signore è il mio pastore, non manco di nulla ..."

Gli ospiti alla fine applaudirono vivamente.

Venne poi il turno del sacerdote che si alzò e recitò le stesse parole del salmo, ma questa volta, quando ebbe terminato non vi furono applausi; soltanto un profondo silenzio e l'inizio di lacrime su qualche volto.

L'attore si tenne silenzioso per qualche istante e posi si alzò e disse: "Signore e Signori, spero che vi siate resi conto di ciò che è accaduto qui questa sera.

Io conosco  il salmo

ma quest'uomo conosce il pastore.


    

L'omelia, messaggio, di Don Agostino Ziino

in occasione del Trigesimo dalla morte di

Don Salvatore Napoleone

E’ stato chiesto a me oggi in questa liturgia di prendere la parola a questo punto per accogliere con voi fratelli e sorelle un messaggio, un messaggio di vita perché è sempre questo il messaggio che riceviamo dal Signore.

E quando siamo riuniti in preghiera per vivere il mistero della liturgia veramente la parola del Signore risuona nel nostro cuore carica densa di una vita che certamente non possiamo darla noi, non possiamo inventarla.

E’ la parola stessa, che porta vita e vivifica la nostra fede.

E penso che questa in questo momento sentiamo tutti di avere bisogno di un aiuto dall’alto, di una parola di Dio, che tenga viva la nostra fede ravvivi anche la nostra speranza, e ci faccia gustare ancora una volta la profondità dell’amore che viene da Dio, e che noi siamo chiamati a vivere e poi a testimoniare.

Viviamo questo mistero quando siamo convocati dalla liturgia a cantare le lodi di Dio, e viviamo questo mistero anche quando la liturgia proprio  perché celebrata qui sulla terra da noi, uomini ancora in cammino, non è ancora quella liturgia celeste segnata solo di gloria, di gioia, di beatitudine eterna.

È una liturgia segnata come questa sera per noi anche dalla tristezza, dalla nostalgia, dalla sofferenza.

Stiamo celebrando in suffragio di Don Salvatore nostro fratello, amatissimo, per tutti noi qui presenti certamente è stato qualcuno, altrimenti non saremmo qui così numerosi.

Per tutti noi è stato certamente un testimone, un testimone anzitutto proprio di quello che stiamo celebrando, della profondità del mistero della liturgia. 

Quanto volte in questa Cattedrale poi anche nelle tante chiese, dove ha prestato il suo servizio anche da parroco, ha aiutato tutti ad entrare nel mistero della liturgia, vivendolo lui per primo questo mistero e divenendone quindi testimone e cosa ci può essere di più bello per un uno uomo, per un prete che essere testimone del mistero di Dio anche nella liturgia, soprattutto nel celebrare la liturgia, nel vivere cioè questo momento di incontro col Signore nella preghiera, che non è solo un incontro personale individuale che ognuno di noi vive nell’intimo del proprio cuore, ma è un incontro comunitario che ci fa sentire la forza aggregante dell’amore di Dio. 

Ecco celebriamo per lui, celebriamo con lui, e questo certamente fa emergere dal nostro cuore la tristezza di un vuoto, di una perdita. Non saremmo autentici se volessimo scavalcare questa dimensione propria della nostra preghiera, oggi.

Ma proprio perché stiamo vivendo il mistero della liturgia, ecco allora che la parola di Dio ci svela questo miracolo grandioso, questa meraviglia che solo Dio può operare: il dono della vita, che riceviamo anche noi nell’atto stesso in cui preghiamo, con tristezza umana è naturale, per un nostro fratello che è già passato alla vita eterna e dunque non è più qui ancora con noi in cammino. 

Sentiamo come da questa preghiera tutti ne usciamo arricchiti di vita, di fede nella vita.

E la parola del Signore, la prima lettura il brano di Giobbe che abbiamo ascoltato, ci ricorda questa grande verità. Sono parole dette da quest’uomo provato dalla sofferenza, dalla tribolazioni, Giobbe il prototipo dell’uomo che soffre. Eppure nell’abisso di questa sua sofferenza nel travaglio indicibile dei suoi tormenti, provocato anche da chi pensa di poterlo consolare da questo intenso soffrire Giobbe mette fuori questo suo grido che è un atto di fede meraviglioso, che questa sera

diventa il nostro atto di fede: Io lo so che il mio redentore è vivo, e che ultimo si ergerà sulla polvere, e anch’io dopo che questa mia pelle sarà distrutta lo vedrò, vedrò il mio Dio, lo vedrò io stesso e miei occhi lo contempleranno non da straniero, ma da amico, da familiare, da figlio.

E’ una professione di fede meravigliosa della vittoria della vita sulla morte, una professione di fede meravigliosa della potenza dell’amore redentivo di Dio .

Giobbe non solo afferma che il suo redentore è vivo, ma afferma che egli lo vedrà dopo la sua consumazione fisica, lo vedrà, lo contemplerà con i suoi occhi, da amico.

Se questa è una professione di fede così grande, così profonda ed è sulle labbra di Giobbe, quanto più forte, quanto più intensa è la nostra fede nella potenza della resurrezione del Cristo, di noi appunto che siamo discepoli del Signore Gesù, di noi che contempliamo nella fede il Cristo glorioso, di noi che ne facciamo esperienza del Risorto, ogni qual volta appunto ci riuniamo in preghiera ad ascoltare il suo vangelo, a spezzare il pane, a bere a quel calice, a celebrare questo mistero che ci dice che lui è vivo. Il Risorto è qui in mezzo a noi.

Ed è questa presenza che supera, che ci invita a superare ogni tristezza, ogni abbattimento, ogni vuoto.

La presenza del Risorto è così vera, così autentica nella nostra fede che riempie, colma veramente ogni vuoto. E nel Risorto noi riincotriamo tutti, tutti i nostri fratelli che ci già hanno abbandonato che già vivono in lu. E noi lo comprendiamo bene che significa questo vivere da risorti in Cristo, tutti quelli che già vivono in lui, e noi lo crediamo, noi li ritroviamo ogni qual volta fissiamo lo sguardo del nostro cuore sul volto del Cristo, i nostri occhi nei suoi occhi, guidati appunto dalla luce della fede. Nel Risorto sono vivi tutti i nostri cari, tutti coloro che abbiamo amato e tutti coloro dai cui ci siamo sentiti amati.

Tutti coloro che ci hanno già parlato di lui ci hanno già avvicinato al Signore durante la loro vita terrena, adesso lo sono ancora più vicini a lui, e quindi se viviamo nella fede una comunione con loro nel contemplare il Cristo risorto, siamo anche noi più vicini a lui, al Risorto grazie a loro. 

Dobbiamo sentire la potenza di questa parola che non passa davanti a noi, che non ci sfiora soltanto, ma penetra nel cuore, ci compenetra nel profondo e trasforma la nostra tristezza in speranza, la nostra nostalgia in certezza. Certezza di ritrovare un giorno tutti i nostri cari, quando anche noi vedremo lui il Signore, il nostro Redentore vivo cosi come è, ed anche i nostri occhi, se Dio vorrà, lo contempleranno non da straniero.

Ecco una comunione di amore, che viviamo qui sulla terra nel vivere la fede, nel condividere l’esperienza di fede e di speranza nel Signore, questa comunione, che poi sembra spezzarsi, sembra vanificarsi nel momento in cui viviamo il mistero della morte, si ricostituisce se guidati da loro, proprio dall’amore che ci lega a color che ci hanno già preceduti, anche noi nella fede, nella speranza e nell’amore varchiamo questa soglia misteriosa della morte, già sin d’ora, appunto attraverso l’esercizio della fede, attraverso l’esercizio della speranza e della carità. Quell’amore, quella carità che non viene distrutta da nessuna distanza, che neppure la morte appunto può vanificare.

Ecco nella liturgia noi viviamo questo grande dono di Dio, è un dono, un grande dono di Dio.

Nella celebrazione eucaristica non incontriamo soltanto il Risorto, ma in lui incontriamo tutti coloro che vivono già in lui al di là della morte.

Come è bello allora, come è consolante e rinfrancante celebrare l’Eucarestia per i defunti.

E come è bello, e come è consolante per noi questa sera celebrare insieme questa Eucarestia per Don Salvator, per lui presbitero, sacerdote che ha vissuto ogni giorno l’incontro con il Risorto nel mistero dell’Eucarestia.

Quante volte ha celebrato anche qui in questa Cattedrale, in questo altare, la sua eucaristia.

E’ con noi, ne siamo certi. Questa certezza ci viene dalla fede, ci viene dal prendere sul serio le parole che il Signore oggi ci ha rivolto attraverso l’uomo provato dai dolori che è Giobbe, l’antico Giobbe, maestro di sofferenza, ma anche per noi maestro di pazienza e maestro di fede, di fede nel Risorto.

È bello e consolante allora celebrare questa liturgia. E forse ciò che da il dono più autentico a questa nostra preghiera comunitaria questa sera è proprio l’amore, la carità, l’affetto che tutti noi, chi per un motivo, chi per un altro abbiamo vissuto nei confronti di Don Salvatore.

Penso che sottolineare alcuni aspetti di quella che è stata la sua presenza in mezzo a noi sia una cosa giusta. Non è nè esaltare in maniera vuota e superficiale un uomo, né cantare un encomio o fare un elogio tanto per farlo. No!

Nel sottolineare alcuni aspetti magnifici del suo ministero in mezzo a noi vuol dire lodare il Signore, ringraziare Dio per quanto ci ha donato appunto attraverso Don Salvatore.

E qui ci aiuta il Vangelo. Nel Vangelo Gesù stesso ci ha rivolto questo invito, questa esortazione a stare pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese.

Come è bella questa immagine e come e bello leggere alla luce di questa immagine il servo che aspetta il suo padrone che torna dalle nozze con la cintura ai fianchi e le lucerne accese. Leggere alla luce di questa immagine la testimonianza che ci lascia questo nostro fratello sacerdote, Don Salvatore.

La cintura ai fianchi, di che cosa è segno questa cintura ai fianchi: è segno proprio dell’operosità, del servizio, dell’uomo che vuole vivere veramente tutta la sua vita, tutta la sua dedizione a Dio e agli uomini suoi fratelli in una dimensione di servizio, nell’alacrità, nell’operosità di un servizio.

Ma qual’è il segreto di questo servizio, se non l’amore con cui si dà gusto, si dà luce, si dà valore

ad ogni servizio, grande o piccolo che sia, faticoso o meno che possa risultare alle nostre deboli risorse umane.

Quanto ha servito la Chiesa Don Salvatore. Che testimonianza grande, dobbiamo dirla per ringraziare il Signore, ci ha dato di fedeltà al servizio.

Ma qual’era il segreto di questa fedeltà, di questa disponibilità incondizionata a servire la Chiesa, lì dove la Chiesa gli chiedeva di essere servo. Il segreto è proprio la forza di amore, che viveva certamente nel suo cuore e che poi si incarnava e diventava messaggio, dono per tutti coloro ai quali i suoi servizi erano diretti.

Penso che Don Salvatore ci lascia certamente questo grande esempio, questa grande testimonianza, che è poi una lezione, quindi anche una eredità che raccogliamo noi presbiteri suoi confratelli, ma poi un po’ tutti i cristiani che lo hanno conosciuto.

Servire per amore. Solo chi serve per amore può servire con una fedeltà incondizionata, con una dedizione che va al di là di ogni stanchezza, di ogni attenzione a se stesso.

Servire per amore, ecco la cintura ai fianchi. E proprio  perché è un servizio per amore, un servizio incessante, il padrone può venire di giorno, nel mezzo della notte, prima dell’alba. Proprio  perché chi serve, serve per amore, è sempre pronto a servire, perché l’amore non va mai a riposo. L’amore non ha bisogno di riposarsi, anzi si rigenera quanto più lo si esercita.

Se si ama ci si riposa non interrompendo le fatiche che questo amore comporta, ma vivendole sino in fondo, caricandosene senza riserve. L’amore si giustifica in se stesso e proprio per questo rende forti, rende sempre pronti al servizio.

E poi ecco questo altro segno bellissimo: la lucerna accesa.

Siate pronti - dice Gesù - con la cintura ai fianchi e le lucerne accese.

Di che cosa è simbolo questa lucerna se non della preghiere. La lucerna e stata sempre simbolo della preghiera, e della preghiera liturgica soprattutto.

Quanto Don Salvatore, lo dicevo già pocanzi, ha vissuto intensamente il mistero della liturgia, con quanto amore cercava di farlo vivere agli altri, ai suoi parrocchiani, ai suoi seminaristi quando ha lavorato anche in seminario, ai suoi confratelli quando si concelebrava o si vivevano insieme tanti momenti di preghiera nella semplicità di una fraternità, che trovava però la sua espressione più bella, il suo compimento più maturo proprio nel ritrovarci a pregare insieme.

E come la sua presenza è stata sempre un richiamo semplice, schietto, molto immediato per tutti a vivere sul serio il mistero della liturgia, a lasciarci affascinare, non da quella che può essere un’atmosfera che tante volte può caratterizzare le nostre liturgie, ma può anche distrarci dalla centralità del mistero. No!

L’attenzione che Don Salvatore ci aiutava a vivere a far nostra nel vivere la liturgia, era propria l’attenzione al mistero di Dio, di un Dio che si rende presente e ci viene incontro così come noi siamo.

La lucerna accesa che è stata sulle sue mai, lui oggi la passa a noi, ce la pone sulle nostre mani e ci dice: continuate a pregare, a lodare il Signore a vivere il mistero della liturgia, a celebrare l’eucarestia, a vivere l’esperienza dei sacramenti con questa fede, con questo amore. Allora veramente la preghiera e soprattutto la liturgia ci si rivela come una delle esperienze più vere e più belle di questa attesa del Signore che sta per venire.

Ogni qual volta noi teniamo alta questa lucerna accesa nelle nostre mani, noi ci ricordiamo che sta per tornare lo sposo e dobbiamo andargli incontro con la lucerna accesa, la lucerna della nostra preghiera, ma una preghiera viva. La lucerna accesa è tale perché una fiamma viva brilla su di essa, e deve essere la nostra preghiera viva intensa,  perché la nostra lucerna non si spenga.

E che cosa è che rende la nostra preghiera viva, intensa se non questa carica di speranza, di attesa del Signore che deve venire e che noi desideriamo incontrare.

E quante volte Don Salvatore ha confidato a coloro che aveva più amici il desiderio di fissare gli occhi del suo cuore non solo sulle immagini terrene e sulle iconi costruite dall’uomo del volto di Cristo, ma sul volto vero del Cristo.

Questo va detto, perché fa parte del segreto del suo amore con cui ha servito la Chiesa , con cui ha cercato di risvegliare in tutti noi il sentimento, il senso vivo del mistero della presenza viva del Signore nella liturgia. Ma non fermandosi a questo, ma poi continuando ad annunciare, ad evangelizzare la presenza del Signore risorto nella nostra vita attraverso tutti quei servizi, mille servizi pastorali che egli è stato chiamato a compiere.

Penso che tutti noi che siamo riuniti qui in preghiera per lui attorno a questo altare, ognuno di noi potrebbe raccontare, partecipare agli altri tanti piccoli grandi momenti, tante piccole grandi esperienze di incontro con lui, dai quali incontri è uscito confortato nella fede, più convinto di che cosa vuol dire credere, pregare, sperare.

E poi l’ultimo punto su cui voglio fermare con voi l’attenzione. Su quello che Gesù ci ha detto nel vangelo questa sera.

Gesù ci ha parlato di questa prontezza nel servizio, di questa attesa di lui che deve tornare, ce ne ha parlato come beatitudine.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. E per due volte ripete questo beati. Se giungendo nel mezzo della notte li troverà così, beati loro.

Ecco Don Salvatore ci aiuta a capire il contenuto di questa beatitudine, perché lui ha vissuto sempre gioiosamente il suo servizio, la sua dedizione alla Chiesa. Non ha mai fatto prevalere stanchezza, tristezza, perplessità, dubbi, incertezze. Ha sempre superato quelli che potevano essere atteggiamenti, stati d’animo umani, anche davanti ai servizi che nella Chiesa ci vengono chiesti, li ha sempre superati nella piena consapevolezza che nel dare il suo servizio incondizionato al Signore attraverso la Chiesa lui custodiva questo dono della gioia.

Beato te.

Beato te possiamo dire questa sera noi insieme a tutto cuore.

Beato te Salvatore, perché il Signore ti ha trovato pronto con la cintura ai fianchi, le lucerne accese. Ti ringraziamo perché Tu ci hai svelato e continui ancora ora a svelarci il segreto di questa beatitudine e quindi ti preghiamo anche carissimo fratello di intercedere per noi, di pregare perché anche noi possiamo viverla questa beatitudine. Non solo meditarla, non solo annunziarla agli altri, non solo comprenderla con la nostra intelligenza, ma possiamo viverla concretamente con la schiettezza, con l’immediatezza con cui l’hai vissuta Tu.

Questa beatitudine che Gesù annuncia in questa pagina evangelica Tu carissimo fratello ce l’hai rilevata, ce l’hai testimoniata con la gioia, che caratterizzava sempre il tuo darti agli altri.

Ogni incontro, ogni ascolto, ogni parola che ti metteva in rapporto con gli altri era sempre fonte di gioia, di consolazione, di beatitudine per chi ti ascoltava, per chi ti incontrava, ma certamente anche per te.

E noi ti ringraziamo carissimo fratello, perché Tu ci aiuti a capire allora questa beatitudine.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli.

E ringraziamo il Signore perché si è servito di te per farci comprendere ancor meglio questo messaggio.

E vogliamo raccoglierla sì dalle tue mani questa lucerna accesa.

Tu non hai più bisogno di lucerna in mano, perché la tua lucerna ormai è Cristo. Nella città celeste non c’è altra luce se non Cristo, non ce bisogno di accendere lucerne.

Noi ne abbiamo bisogno.

 

Aiutaci a tenerla sempre accesa la lucerna della nostra fede, della nostra preghiera, della nostra della nostra speranza.

È la stessa lucerna, che Tu hai portato nelle tue mani, che Tu oggi ci trasmetti.

Vogliamo custodirla, conservala come segno prezioso dell’amore con cui Tu ci hai amato, e speriamo un giorno di raggiungerti lì dove Tu sei, per godere in eterno della visione del volto del Cristo, per attingere all’unica vera sorgente intramontabile di luce eterna, che è il volto del Cristo, insieme a te. Per godere in eterno il compimento di questa beatitudine.

 Prega per noi caro fratello, sostieni noi tuoi confratelli nel sacerdozio, nel nostro difficile ministero.

Continua a renderti presente come aiuto, conforto, consolatore per tutti coloro ai quali la tua parola e la tua presenza è stata di aiuto, di conforto e di consolazione.

Te lo chiediamo e sappiamo che Tu vorrai farlo e lo farai, se noi sapremo raccogliere questa tua eredità e sapremo continuare a vivere una comunione con Te nel Cristo risorto.

 Così sia.