394° FESTINO DI S. ROSALIA
CELEBRAZIONE EUCARISTICA AL COMUNE
L'omelia dell'Arcivescovo S.E. Don Corrado Lorefice
Palazzo delle Aquile, 13 luglio 2018

Giunga questa mia presenza ancora una volta qui nella casa comunale come prima di tutto un atto che dice la gioia di poter condividere con coi ciò che segna non solo la mia vita personale ma soprattutto quello che è il significato del ministero del vescovo in una chiesa, che ricordo è non una realtà parallela alla città degli uomini ma nella sua configurazione territoriale come per esempio la parrocchia è una casa tra le case e vengo nel segno certamente dell’amicizia umana che non può non legarmi ad ogni cittadino e a quanti rappresentano oggi la città le istituzioni per cui a voi intanto il mio saluto cordiale, il mio saluto che giunge proprio a partire anche da questa condivisione di ciò che connota la mia stessa esistenza umana il mio ministero rendere presente e condividere con tutti gli uomini la grazia della bella notizia, la grazia del Vangelo. Anche se non tutti in questo momento condividiamo la stessa fede ma il vangelo arriva sempre come parola che non si vuole imporre ma come notizia bella che può essere condivisa, a maggior ragione quando questa Parola del Vangelo ci arriva attraverso testimoni, attraverso vite che si sono fatte interpellare dal Vangelo stesso come per la nostra Santa Rosalia.

A guardare la sua vicenda umana e guardarla a partire dalle pagine bibliche in particolare dalla pagina del Vangelo di oggi, Rosalia tiene aperta la nostra esistenza odierna, due parole che potrebbero essere per noi anche motivo, motivo di luce e di comprensione di quello che sta dinnanzi a noi, di comprensione del nostro momento storico. Rosalia, se la guardiamo a partire da queste pagine della Bibbia, intanto è una donna che ci dice l’apertura all’altro, penso alla prima pagina che è stata proclamata tratta dal Primo Testamento, dall’ Antico Testamento, questo Libro, il Cantico dei Cantici che nomina solo una volta il nome di Dio e lo nomina in riferimento all’ amore umano, all’amore spasmodico di questa donna che cerca l’amato e di questo amato che dona la sua amicizia, di questo amato che seppur immediatamente non incontrato, si rivela e si rivela in tutta la sua bellezza.

Rosalia è la donna che oggi, a noi può dire che siamo chiamati ad aprirci e a riconoscere innanzitutto l’altro. L’altro che sta dinnanzi a noi, l’altro; siamo fatti per una relazione e oggi più che mai siamo in un tempo in cui dobbiamo riscoprire, riscoprire questa dimensione così essenziale per noi uomini a maggior ragione per la nostra convivenza umana e civile. L’altro, Rosalia ci richiama a questa apertura e lo fa in una forma radicale perché lei se da una parte sceglie di vivere in solitudine, non lo fa perché si vuole estraniare o disimpegnare rispetto a quello che è l’impegno della vicenda umana sia personale, familiare, sia civile ma il suo rifugiarsi, e sappiamo il suo itinerario dalla Quisquina fino a Monte Pellegrino, il suo rifugiarsi è un recuperare addirittura lo stare dinnanzi all’altro con la “a” maiuscola. E qui vorrei condividere con voi la mia esperienza di fede, vorrei condividere con voi il mio rapporto con il Vangelo, che è quello che condivido anche con Rosalia, nella misura in cui nella mia vita riscopro la presenza dell’altro con la “a” maiuscola, per Rosalia la presenza di Dio immediatamente ne ricavo una grande capacità, la capacità di incontrare il volto dell’altro, la capacità di non ripartire soltanto da me stesso, anzi la capacità di svuotarmi quasi di me stesso perché, accada l’incontro, accada la relazione. Oggi Rosalia in questa città, in questa città che si affaccia al cuore del Mediterraneo, che è una città che deve guardare a Rosalia con questa precipua peculiarità.

Abbiamo bisogno di ritrovare l’altro, per i cristiani l’altro si ritrova a maggior ragione nella misura in cui recuperiamo quello che Paolo nella seconda lettura ha chiamato decisamente uomo interiore, l’uomo interiore e questo riguarda ciascuno di noi e direi ci riguarda aldilà della stessa nostra fede, vorrei citare le parole di Thomas Merton, parole scritte negli anni 50, un uomo che della sua vita di apertura ad altre culture, ad altre religioni pur essendo un cristiano, un uomo che ha avuto il coraggio di fare una lettura, una lettura in profondità della storia che viveva parliamo degli anni 50, e scriveva così Thomas Merton, “ Generazioni su generazioni di uomini hanno a tal punto perduto il senso di una vita interiore, si sono talmente isolati dalla loro profondità spirituale, che ora noi siamo quasi incapaci di godere di una qualsivoglia pace, quiete, stabilità interiore. Gli uomini sono arrivati a vivere esclusivamente sulla superficie del loro essere. Siamo lasciati in balia di stimoli esterni e la stimolazione è arrivata addirittura a prendere il posto che, una volta, era occupato dal pensiero, dalla riflessione e dalla conoscenza”.

Rosalia ci ricorda il primato dell’uomo interiore perché possiamo recuperare e celebrare la bellezza dell’alterità, dell’incontro con l’altro. La prima e la seconda lettura hanno questo tema, il tema di essere desti, perché accada l’incontro, la metafora sponsale, la metafora nuziale, penso che sia la più alta capace di esprimere ciò che è una esigenza che appartiene alla identità più vera e direi più attuale in ogni tempo della storia umana che è il fare accadere, il celebrare l’incontro. Ed è qui allora che capiamo come il Vangelo ci chiede di custodire questa saggezza, questa capacità di guardare in profondità i fatti, gli eventi avendo ritrovato ciò che è essenziale. L’ altro comunque è essenziale e nella nostra cultura occidentale che giustamente mette al centro, il soggetto valore altissimo che dobbiamo custodire. Nella nostra cultura occidentale oggi rischiamo di perdere l’altro essenziale valore che non può non essere contemporaneamente espresso a ciò che per noi, per noi figli di questa modernità ormai valore assoluto, il valore appunto del soggetto accanto al soggetto e all’io personale c’è sempre l’altro.

Non si costruisce una città umana se non sappiamo insieme coniugare l’io ed il noi, se non sappiamo dunque fare accadere l’evento del noi e l’evento del noi non può accadere se noi continuiamo a partire solo da noi stessi, se non abbiamo la gioia di celebrare l’incontro con l’altro e a voi carissimi vorrei proprio per questo dire la bellezza, la bellezza che esprime quel Vangelo a cui ho legato la mia vita ed un vescovo esiste come altre volte vi ho detto, nella città degli uomini per condividere la bellezza del Vangelo, quel Vangelo che mi narra di uno sposo, di uno sposo che addirittura è stato capace di svuotare se stesso. Per me Gesù è il figlio di Dio che ha spogliato addirittura di se stesso, della sua identità divina, ha spogliato realmente ciò che per noi oggi sarebbe impossibile, si è spogliato, si è spogliato di ciò che addirittura lo connota nella sua identità, pur essendo Dio si è fatto uno di noi buono, l’altro ci ricorda che abbiamo solo una via, l’altro ci chiede di spogliarci, l’altro ci chiede di accoglierlo, l’altro ci mette dinnanzi questa grande esigenza, oggi più che mai attuale. Dobbiamo pensare la vita a partire dall’altro e proprio per questo troveremo tutta l’esaltazione del nostro io, della nostra dignità personale, della verità dell’essere umano.

Oggi vorrei condividere con voi, così questa celebrazione al cuore della città, vengo con una parola da condividere non da imporre, ma vengo con una parola che oggi ancor più, me ne convinco è capace di darci criteri di interpretazione della nostra storia attuale che posso condividere con tutti, con tutti voi, in questo luogo che se deve come non può custodire anche la sua dimensione di laicità, in questo luogo nel quale posso anche con voi senza arroganza, senza supponenza, ma condividere ciò che appartiene alla mia appartenenza cristiana, alla mia identità cristiana. Oggi il Vangelo di Gesù, così come viene incarnato nella vita di questa Santa che comunque continua a segnare la coscienza dell’intera nostra città di ogni cittadino e anche di quelli che sono sopraggiunti lungo questi secoli. Vi ricordo che Rosalia a Palermo è la Santa di tutti anche di altre culture anche di altre religioni, vorrei proprio condividere con voi questa parola del Vangelo, riappropriamoci dell’uomo interiore perché possiamo insieme celebrare la bellezza dell’incontro con l’altro.

Coltiviamo l’uomo interiore che ci fa gustare con più sapienza l’appartenenza alla storia non ci fa rimanere in superficie ma soprattutto apriamoci all’altro perché oggi più che mai ognuno di noi in questo momento porta una grande responsabilità, in questo nostro momento abbiamo bisogno solo ed esclusivamente di rientrare in noi stessi e nella misura in cui rientriamo in noi stessi non possiamo non celebrare l’evento, l’evento dell’altro che non sarà mai un nemico ma sarà sempre uno di noi con il quale poter vivere l’esperienza del dialogo, della condivisione, perché la casa comune oggi più che mai, ce ne rendiamo conto si può edificare solo su questo orizzonte e direi solo su questo percorso, il percorso dell’incontro, il percorso del riconoscimento, Rosalia ci aiuta donna dell’interiorità, donna dell’apertura all’altro e se mi permettete la nostra città guardando a lei, possa essere capace di esprimere sapienza umana, possa esprimere quella saggezza che abbiamo incontrato nella pagina del Vangelo, possa continuare ad avere questo olio, olio necessario per la convivenza umana in profondità. Interiorità significa guadagnare una visione più sapiente della storia e se questo accade non possiamo che vedere una città alla luce di questa santa patrona che celebra la bellezza dell’alterità.

A me vescovo oggi, la gioia di questo annunzio nella misura in cui, addirittura riconosciamo l’altro con la “a” maiuscola; la città degli uomini può essere anche sostenuta dalla presenza dei cristiani che comunque stanno nella città come tutti gli altri ma condividendo ciò che hanno di più prezioso, l’esperienza nella loro stessa carne di un Dio che si è svuotato pur di raggiungere l’altro e l’altro diverso. Rosalia oggi ancora ci ammaestra, ci è accanto, è veramente nostra concittadina, e se ci è accanto oggi continua ad intercedere per questa città perché sia sempre più luminosa, perché non sia segnata, segnata dal male che oggi il cuore dell’uomo conosce che è quello dell’indurimento forse perché abituato a vivere in superficie, forse perché sta perdendo la gioia della relazione.

Che Rosalia ci aiuti ad essere una Palermo accogliente, bella, capace di trasfigurarsi, capace di andare incontro agli impegni che la attendono con questa luminosità e proprio in questo momento, in questo luogo non posso non condividere con voi, la gioia che potremmo vivere nel venticinquesimo dell’uccisione di padre Pino Puglisi, il 15 settembre, giorno in cui Palermo riceverà anche la visita di Papa Francesco. Penso che oggi la testimonianza del vescovo di Roma all’interno di questa casa comune che è il mondo che è la terra, oggi sia una presenza che essenzialmente ci ricorda, che la città degli uomini si costruisce solo ed esclusivamente se rientriamo in noi stessi, li dove possiamo riconoscere l’elemento essenziale della vita che è la relazione. Che il Signore ci conceda di essere costruttori di relazioni. Amen