FESTINO DI S. ROSALIA
Solenne Pontificale
L'omelia dell'Arcivescovo S. E. Don Corrado Lorefice
Chiesa Cattedrale, 15 luglio 2017
Una testimonianza quella della nostra vergine santa, quella di Rosalia che continua a farci ritrovare. Ed è intanto questo ritrovo che vogliamo vivere dal profondo del cuore. Lei ancora una volta è come se fosse capace di introdurci nell’ascolto di quella voce che deve sempre di più trovare spazio nella vita dei discepoli del Signore: la voce dello Sposo.
Noi siamo convenuti insieme, ci siamo ritrovati perché sappiamo che il Signore viene, e nella liturgia noi viviamo l’incontro con Lui, e questa voce continua ad essere riconosciuta come l’ha riconosciuta Rosalia. Una voce che ha sedotto il suo cuore, che ha determinato tutta la sua esistenza. Questo nostro ritrovo lo condividiamo con quanti ci testimonino la fede apostolica ed è a voi che voglio rivolgere innanzitutto il mio saluto carico di affetto e di cordialità, oltre che di gratitudine per la vostra presenza. A lei, eminentissimo Cardinale De Giorgi, a voi carissimi confratelli nell’episcopato. Grazie per la vostra presenza perché voi ci confermate, e ci confermate nella stessa fede che ha caratterizzato la vita di Rosalia. Ma soprattutto voi ci ricordate che la Chiesa è costituita perché riconosca la voce del Maestro, accolga la voce del Maestro, determini lo stile dei discepoli, come ha determinato la vita di Rosalia, come ha determinato la vita di Paolo, come deve determinare la vita di ogni discepolo e la vita ordinaria di ogni comunità cristiana.
E Rosalia ci ricorda innanzitutto che noi non siamo qui per vivere una festa, ma siamo qui perché attraverso la festa anche noi come Rosalia possiamo avere un incontro. Mi piacerebbe definire questo incontro un incontro nuziale, sponsale.
L’evangelista Matteo suggerisce ed aiuta questa santa assemblea a rimanere desta, a prestare ascolto, a riconoscere la Voce dentro la concretezza della nostra vita. Per questo siamo qui!
Celebriamo una festa per noi cristiani, e questa festa ci riconduce al cuore della storia, perché la storia che viviamo – quella di ogni giorno – come la vicenda della vita di Rosalia possa essere sempre di più innervata della presenza di Colui che per noi cristiani è il Signore della storia. Colui che la storia attende come Sposo, che la unisce a Sé e la introduce nella pienezza di quella beatitudine che è parte integrante del desiderio di ogni uomo, e molto più: del desiderio di ogni discepolo del Signore perché noi sappiamo che Lui è venuto, viene e ritornerà! E ritornerà come Signore che riscattando la storia umana, la abbellisce di tutto quello che noi desideriamo: la pienezza della vita, quella giustizia – di cui ci parla Paolo nella Seconda Lettura – che viene dalla fede. La vita riscattata dal peccato per pura grazia, quella vita che ormai non è più assoggettata al “non senso”, allo strapotere del male.
“Una voce, il mio Diletto eccolo viene!”. E se questa è la condizione che noi viviamo in questo momento, se noi siamo qui è perché siamo certi – è la fede che ce lo annunzia – che oggi possiamo ascoltare la voce del Signore, allora non induriremo il nostro cuore seppur viviamo dentro la condizione umana.
Matteo registra la situazione di un ritardo del Signore. I cristiani vivevano questa consapevolezza e ce lo ricorda anche Paolo nella Lettera ai Tessalonicesi. La condizione di una attesa. Il Signore non poteva non ritornare, doveva ritornare subito eppure c’è un ritardo, e Matteo in questo capitolo 25, attraverso la parabola delle vergini, aiuta la sua comunità a vivere questo “ritardo”. Non bisogna perdere di vista ciò che si attende, che cosa si attende, anzi Chi si attende.
La comunità dei primi cristiani rischiava in questa attesa di omologarsi al mondo, di perdere quella attenzione, di indebolire la testimonianza. Qui invece l’evangelista Matteo ricorda alla sua comunità – e oggi ricorda a noi, e in questo ritroviamo la testimonianza più diretta della nostra santa patrona – che noi siamo chiamati ad un incontro. Come le vergini noi non siamo chiamati a partecipare ad una mera festa nuziale ma piuttosto ad incontrare lo Sposo, e da questo punto di vista le vergini stolte, le distratte, quelle che sono superficiali ci possono aiutare a capire più in profondità: anche loro prendono le loro lampade, anche loro vanno incontro allo Sposo. Ma che succede? Come mai se tutti nel ritardare di questo Sposo si addormentano, come mai Matteo registra che loro non hanno portato con sé olio di ricambio, non hanno con sé nei vasi l’olio per alimentare le loro fiaccole? Come mai?
Dunque ci si mette in moto ma si rischia di perdere l’obiettivo finale che è l’incontro. Ecco perché invece le vergini lungimiranti, le vergini dunque capaci di discernimento, portano con sé olio affinché non perdano di vista la finalità: l’incontro con lo Sposo. E dunque rimane desto il desiderio, e il desiderio è alimentato da un incontro.
Carissimi, Rosalia ci testimonia essenzialmente che cosa è l’atto della fede, e Paolo ce lo ricorda anche nella Seconda Lettura: è una conoscenza. L’atto della fede è un incontro che segna la nostra vita. Paolo ricorda in questa lettera una sua precisa esperienza. C’è qualcuno – abbiamo sentito – che vuole convincere i cristiani che sia necessario aderire in tutto alle prescrizioni della Legge ma la Legge non può essere disattesa, e qui Paolo ha una parola molto forte: “Io ho considerato tutto una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore”.
Conoscenza dunque in termini di relazione. È una relazione che ha cambiato la mia vita, è una relazione che l’ha segnato definitivamente, questa è la conoscenza. E pensiamo da questo punto di vista alla testimonianza della nostra patrona: una conoscenza, una relazione che ha segnato tutta la vita.
Rosalia perde, ma per guadagnare. Perde quello che potrebbe essere agli occhi del mondo qualcosa da assolutizzare, ma Rosalia non perde, perde per guadagnare la conoscenza del Signore.
Viviamo oggi più che mai una stagione felice, carissimi fratelli. La stagione felice perché oggi è la storia stessa, e la percezione che ha la Chiesa di sé è precisa. Oggi è il tempo di una testimonianza della fede che nasce da una conoscenza, cioè dal rapporto di una relazione diretta. E Paolo questo lo descrive così come d’altra parte lo stesso Matteo seppur con un linguaggio diverso. Tutto questo perché è una conoscenza che deve rendere “conforme” la vita di quanti reputano tutto una perdita pur di entrare e vivere dentro questa relazione. Una conoscenza che rende conforme a Cristo, alla sua Passione e alla sua Resurrezione.
La testimonianza di vita di santa Rosalia, è una testimonianza che immediatamente ci fa vedere come la relazione – e questo è il presupposto della fede – la relazione con Cristo determina la vita, determina soprattutto il discernimento della vita. Discernimento: capire ciò che è essenziale e vivere a partire dalle cose che sono essenziali ormai alla luce di Cristo. Così allora si vive dentro il mondo a partire dalle cose che si sperano, e si sperano perché si conoscono ed è una conoscenza che segna la vita e la rende conforme alla vita di Cristo.
La testimonianza cristiana oggi si gioca su una relazione seria: a Cristo si consegna tutta la vita. Da qui la scelta di vita di Rosalia. In questi giorni noi stiamo rivivendo la testimonianza di questa nostra con-discepola, di questa nostra concittadina ed è una testimonianza che ha il potere di incidere sulla nostra vita. È una testimonianza che ha il potere di incidere nella nostra stessa città. Questa città che ha bisogno di cristiani che danno alla fede un primato e vivono la fede come relazione. “Ho lasciato perdere tutte queste cose per guadagnare Cristo” per essere reso conforme alla sua morte nella speranza di giungere alla risurrezione. Paolo ci dice che questa non è una mèta che è già raggiunta definitivamente, ma è una mèta che deve sempre determinare la nostra vita, anzi lui parla in termini di “corsa”. Una corsa per afferrare, letteralmente dice Paolo, questa mèta e questo lo dice lui che è stato afferrato da Cristo. Guardando alla testimonianza di Rosalia capiamo che la fede è un atto che è capace di sedurre la nostra vita: “afferrati da Cristo” significa totalmente coinvolti in Lui. Ecco perché allora si è desti, capaci di discernimento, di far sì che la fede segni la nostra vita, le nostre scelte, il nostro modo di pensare, di agire, di vivere dentro la storia umana, dentro la città degli uomini.
Rosalia segna la nostra vita, continua a segnarla, è dentro la nostra città, direi che è dentro le fenditure della roccia, che in fondo è fondamento di questa nostra città. Se vogliamo anche utilizzarla come metafora, è questa la fede su cui noi abbiamo costruito tutta la nostra esistenza.
Matteo utilizza questi stessi termini nel Discorso della montagna quando dà quella immagine così efficace: l’uomo saggio e l’uomo stolto. Vengono usati gli stessi termini: le vergini sagge e le vergini stolte, imprudenti. L’uomo saggio è l’uomo che entra nella relazione attraverso la Parola: “Chiunque ascolta queste mie parole”. La fede è una relazione, la fede è un ascolto, la fede è un riconoscere un Altro, la fede è un incontro. La Parola è incontro, è accadimento di relazione, è come “l’uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia”. L’uomo stolto è l’uomo che non ascolta queste parole, non le mette in pratica ed è “come l’uomo che costruisce la casa sulla sabbia”. Nel primo caso le intemperie si abbattono sulla casa ma la casa non crolla. Nel secondo caso le intemperie si abbattono e travolgono la casa che è priva di fondazione.
Rosalia la fede cristiana ce lo sta ricordando e io lo ricordo alla mia comunità diocesana. È questa la testimonianza di Rosalia: una fede che ha un fondamento e il fondamento è che noi dobbiamo dare realmente a Dio un primato, e glielo diamo nella misura in cui accogliamo nella nostra vita il Cristo come lo Sposo che ci introduce in una conoscenza totale e dunque dentro una relazione.
Una comunità cristiana che vive il “Credo” come formula e non lo vive come vita, rischia di essere travolta dagli eventi e di non rimanere dentro la storia con quella capacità di discernimento, con quella capacità prudenziale di immettere dentro la storia stessa questo dinamismo di resurrezione e di riscatto che ancora non è mèta definitiva ma che già vive nella nostra stessa carne. Non che io abbia raggiunto la mèta, sono stato afferrato da Cristo, corro verso questa mèta. Il cristiano è colui che porta con sé tutti, che porta con sé l’anelito della vita degli uomini, della storia umana che per prima vive dentro la sua stessa carne, questo riscatto, questa potenza di grido,di rinascita, di salvezza che in fondo portiamo tutti dentro, che porta ogni città umana.
Questa è la testimonianza di fede di questa meravigliosa santa che noi consideriamo ancora con-discepola, con noi, sapendola però in quella patria. Quella patria che ha sedotto il suo cuore, che anche oggi continuerà a sedurre come lei i nostri cuori. Quel desiderio delle cose definitive che ci permettono di rimanere nel mondo in tutta quella potenza di testimonianza che noi ancora cogliamo da questa nostra sorella. La sua testimonianza dev’essere la nostra testimonianza. La testimonianza della Chiesa palermitana dentro questa realtà della nostra storia e del nostro territorio deve continuare ad essere fulgida. Una testimonianza che nasce da una carne umana che noi condividiamo con tutti gli uomini e le donne che si accompagnano con noi. Quella carne umana che deve essere riconsegnata a questo “incontro”. Quella carne umana che, ne siamo certi, ancora una volta il Signore nella sua Pasqua assume e riscatta da ogni male.
Sia questa la nostra festa!
Non celebriamo una mera festa ma noi stiamo celebrando un incontro che segna ancora una volta tutta la nostra vita